La protesta divampa in Iran. Dallo scorso giovedì si contano già tredici morti e numerosi feriti. La rivolta prosegue ad interessare svariate città, tra cui la stessa capitale, Teheran, dove diverse automobili della polizia sono state date alle fiamme e molti edifici pubblici sono stati assaltati. Alla base del sollevamento popolare c’è il carovita, l’ opposizione nei confronti del presidente Hassan Rohani e dell’ ayatollah Ali Khamenei e la politica estera iraniana considerata troppo dispendiosa.

Avvenire. L’ACCUSA DI KHAMENEI. Al termine di un’ altra notte di proteste, l’ ayatollah Ali Khamenei ha rotto il silenzio. La Guida suprema – massima autorità della Repubblica islamica – ha scelto Twitter per scagliarsi contro i «nemici dell’ Iran» che, nell’ ombra, muoverebbero i fili dei disordini. Segno che internet e i social network sono ormai uno strumento vitale per far proseguire o spegnere le manifestazioni. «Negli ultimi giorni, i nemici si sono uniti e stanno utilizzando tutti i loro mezzi, soldi, armi, politiche e servizi di sicurezza per crearci problemi», ha scritto, sottolineando che avrebbe parlato al popolo «al momento giusto ». Khamenei non ha precisato chi fossero tali «nemici». A farlo, ci hanno pensato, uno dopo l’ altro, due figure di spicco vicine all’ Ayatollah. In primis, il portavoce dei Pasdaran, Guardiani della rivoluzione, il generale Ramezan Sharif che ha puntato il dito apertamente contro «gli Stati Uniti, il regime sionista e i sauditi». A rincarare la dose è stato Ali Shamkhani, il potente segretario del Consiglio di sicurezza nazionale che ha non ha lesinato accuse a Washington, Londra e Riad. Shamkhani ha parlato addirittura di «guerra per procura» contro l’ Iran. Combattuta con l'”arma impropria” del Web. La prova della “matrice saudita” del cyber- conflitto sarebbe il fatto che «il 27 per cento dei nuovi hashtag anti-iraniani vengono generati dal governo del Regno».

 

 

Messaggero. IL MONITO DELL’ONU. Le autorità di Teheran rispettino i «diritti» del popolo iraniano ad «esprimersi e a manifestare pacificamente». È quanto ha chiesto il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, dicendosi «rammaricato» per i dimostranti morti durante le proteste antigovernative che stanno infiammando l’ Iran in questi giorni. «Il segretario generale sta seguendo attentamente le notizie sulle proteste in diverse città dell’ Iran. Ci rammarichiamo per la perdita di vite umane e speriamo che in futuro si eviti la violenza», ha dichiarato il portavoce di Guterres, Farhan Aziz Haq, nel corso di una conferenza stampa, affermando che il segretario generale delle Nazioni Unite sta «valutando la situazione per capire quali contatti siano più utili».

 

Corriere delle Sera. MACRON IL MEDIATORE. «Emmanuel Macron vuole mantenere una porta aperta con l’ Iran. In questo modo si smarca ancora una volta dal presidente americano Trump, ma la differenza con gli Stati Uniti è solo un risultato secondario e non l’ obiettivo della sua azione. Certo, rispetto alle parole di Trump che incoraggiano i cittadini iraniani alla rivolta, il silenzio di Macron nei primi giorni è stato piuttosto assordante. Ma non mi sento affatto di criticarlo», dice il politologo Dominique Moïsi. Nel conflitto tra Iran e Arabia Saudita, l’ America ha scelto chiaramente l’ Arabia e quindi non può proporsi come mediatore nella regione. La Francia e l’ Europa possono approfittarne per diventare la voce dell’ Occidente in Medio Oriente? «In questa fase nella quale l’ America si mette un po’ fuori gioco da sola, la Francia e l’ Europa possono prendere il testimone e questo può essere un bene. C’ è l’ ambizione di giocare un ruolo importante, ma non di sostituirsi agli Usa. Sarebbe eccessivo». Macron ha cambiato la politica estera. Hollande era filo saudita, e nei negoziati sul nucleare la parte intransigente verso Teheran era la Francia del ministro Fabius, molto più che l’ America di Kerry e Obama. «È vero , assistiamo a un capovolgimento, la Francia oggi assomiglia all’ America di Obama e gli Stati Uniti assomigliano alla Francia di Laurent Fabius di qualche anno fa. Ma è una logica che dipende anche dalla circostanze. Parigi parte dall’ idea che gli accordi sul nucleare debbano essere preservati, che nuove sanzioni non siano all’ ordine del giorno, che certo bisogna porre limiti all’ ambizione dell’ Iran ma conservando un dialogo privilegiato, proprio perché Teheran diventa sempre più importante».

La Verità. USA VS RUSSIA. Se le attuali proteste confermassero una natura di stampo antikhomeinista, gli Stati Uniti potrebbero seriamente pensare di espandere nel medio termine la propria influenza nell’area iraniana. Non dimentichiamo che, fino al 1979, la Persia era uno dei principali alleati mediorientali per Washington. Tanto che, all’ indomani della rivoluzione iraniana, l’ allora presidente americano, Jimmy Carter, fece inizialmente di tutto per non rompere i rapporti con il nuovo regime. Ma i suoi tentativi caddero nel vuoto, culminando nell’umiliazione della crisi degli ostaggi. Anche per questo lo Zio Sam potrebbe adesso cercare una rivincita. Una rivincita che, tuttavia, buona parte della comunità internazionale non sembra disposta ad accettare di buon grado. L’ Unione Europea non risulta infatti troppo convinta dell’ approccio americano. «L’ Iran deal non è un accordo bilaterale, non è un trattato internazionale, è il frutto di un documento molto lungo, relativo a una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, adottato all’ unanimità: dunque, non è chiaramente possibile per alcun presidente al mondo chiudere unilateralmente un accordo di questo tipo». Una posizione sposata anche da Mosca che, notoriamente, di Teheran è una storica alleata. Non a caso, durante una visita in Iran lo scorso autunno, il presidente russo, Vladimir Putin affermò: «L’ inadempienza degli impegni internazionali da parte di alcuni Paesi non è accettabile. Non c’ è scusa accettabile smantellare unilateralmente l’ accordo nucleare».

Il Manifesto. LA SOCIETÀ IRANIANA. La società iraniana, fin dal 1979, è pregna di una radicata opposizione politica al regime e all’ uso parassitario di un conservatorismo religioso per limitare l’ espressione della società a partire dai «corpi» dei propri cittadini. Questo tipo di opposizione cova ancora sotto cenere nei circoli studenteschi, soprattutto (ma non solo) nella capitale Teheran, e ha saputo più volte sfidare il regime giocando con le regole definite dalla Repubblica Islamica e negoziando strategicamente con la sua élite. Fu questo, per esempio, il caso dell’ onda verde del 2009. Allora, un vero e proprio movimento peri diritti civili si strutturò attorno a Mir -Hossein Mousavi e Mehdi Karrubi, due figure politiche d’ opposizione al governo di Ahmadinehjad ma pur sempre due membri dell’ élite, chiedendo «dov’ è il mio voto?» e denunciando i brogli elettorali concertati dall’ establishment dell’ allora presidente conservatore. Si trattava di un movimento ben strutturato, in continuità con l’ attivismo degli anni ’90, con un’ agenda politica precisa che non mirava a rovesciare il sistema ma a trasformarlo da dentro, percorrendo ogni possibilità offerta dal pluralismo iraniano. Il sistema politico della Repubblica Islamica, seppur soggetto alle limitazioni evidenti di un clero oppressivo e autoritario, permette un genuino confronto democratico. Non a caso, nonostante la durissima repressione del 2009, le istanze della piazza penetrarono nelle stanze del potere, innescarono un processo di (ulteriore) cambiamento che portò alla progressiva marginalizzazione di Ahmadì e del suo circolo conservatore fino all’ elezione di Rohani la cui apertura politica ha segnato solo l’ ultimo tassello di un processo trasformativo lento ma che, con alti e bassi, è cominciato all’ indomani stesso della rivoluzione del 1979.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *